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Quali prospettive di lavoro per i professionisti della tecnologia spaziale?


In un momento storico come quello attuale l’argomento “lavoro” è forse uno dei temi più caldi e di attualità, e lo dimostrano proprio gli avvenimenti di questi giorni.

Non solo sono sempre più a rischio i posti di lavoro che sino a qualche anno fa sembravano essere “sicuri”, ma anche le prospettive future sembrano essere, in molti casi, tutt’altro che rosee per mancanza di finanziamenti e di opportunità progettuali.

Anche chi ha a che fare con tematiche legate al mondo dei sistemi informativi geografici non è esente da queste considerazioni e rischi, e non riesce sempre a pianificare con serenità e sostenibilità il proprio progetto di vita.

Recentemente sono però apparse alcune notizie su vari blog che sembra portare una qualche ventata di maggiore ottimismo per il futuro rispetto a chi opera in altre tematiche del mondo ICT, il che, in un momento come questo è già da considerare una buona notizia.

La prima notizia, che non riguarda direttamente la realtà nazionale ma che al tempo stesso, in un mondo così globalizzato non può non avere impatti anche nel nostro Paese è che il Dipartimento del Lavoro statunitense ha individuato la necessità di 330.000 tecnici geospaziali qualificati per ricoprire posizioni che si apriranno nel corso dei prossimi 10 anni (SlashGeo, Direction Media, GEOMedia)

Considerando poi che la tecnologia geospaziale è sempre più incorporata sia nelle applicazioni di localizzazione mobile e sia nelle soluzioni enterprise, questo aumenta ulteriormente la consapevolezza della tecnologia GIS e la necessità di qualcuno che la sappia utilizzare correttamente.

Si tratta di una stima ovviamente, ripresa, contestualizzata e diffusa da parte di David DiBiase della Penn State University e Director of Education presso ESRI Inc., quindi fonte autorevole anch’egli.

Per chi fosse interessato ecco le slide presentate da cui riporto quella con le cifre dettagliate per alcuni dei ruoli professionali coinvolti nella tematica “geospatial”

E’ possibile consultare online i dati e le stime del Dipartimento del Lavoro statunitense direttamente sul sito O*NET OnLine dove il filtro per il termine geospatial offre la seguente figura

E’ possibile cliccare su ogni singola voce che rappresenta la professionalità di interesse e vedere i relativi dettagli per cui ad esempio ecco le ipotesi di crescita per il ruolo di Geographic Information Systems Technicians

oppure ecco le ipotesi di crescita per il ruolo di Surveying Technicians

Interessante negli articoli di cui sopra è come nel mondo statunitense ci si stia preparando per andare a coprire queste posizioni che si andranno man mano a rendere disponibili puntando ad avere professionisti altamente preparati e “certificati” al fine di ottenere livelli di qualità elevati del lavoro che sarà offerto.

Si tratta del Geospatial Technology Competency Model (GTCM), un trattato descrittivo che supporta lo sviluppo di curricula per le tecnologie geospaziali nei college. Il GTCM elenca le competenze di base, necessarie per diventare un tecnico geospaziale qualificato.

Il GTCM è stato sviluppato da un gruppo ristretto di professionisti del settore geospaziale guidati da David DiBiase di Esri sotto controllo e la supervisione del National Geospatial Technology Center (GeoTech Center) nella sua missione di promozione dell’istruzione di cui fa parte Joe Francica Editor in Chief di Directions Media, che con quasi 200.000 visitatori ogni mese è il principale gruppo editoriale online per le tecnologie di localizzazione e sistemi informativi geografici.

L’US Department of Labor (DOL) ha adottato il GTCM come standard grazie al quale la comunità della tecnologia geospaziale può sviluppare modelli di curricula, fornire una base per la certificazione GIS e la creazione di descrizioni di lavori nel settore pubblico e privato.

Ecco quello che è il modello delle competenze individuato dal GTCM

Per chi fosse interessato ai dettagli consiglio la lettura del post su Directions Media (in inglese), o l’estratto che è stato riportato su GEOMedia (in italiano).

Come detto precedentemente si tratta di stime e fatte su quelle che è il mercato americano ma le fonti sono autorevoli e c’è da credere che di fronte ad un fenomeno di queste dimensioni non è verosimile che in Europa e nel nostre Paese non vi possa essere un fenomeno analogo anche se non magari in quelle proporzioni.

Ma questa non è l’unica notizia positiva emersa in questi giorni con attinenza al futuro delle opportunità lavorative nel campo della tecnologia spaziale.

La seconda riguarda direttamente il nostro Paese ed è legata alle opportunità che sembrano essere collegate al movimento degli open data.

In un’intervista con EurActiv.it, il ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca, Francesco Profumo, parla anche di Open data e delle ricadute che questo movimento potrà avere per le imprese.

Riporto integralmente il pezzo dell’intervista relativa alla parte Open Data sottolineando quelle che a mio giudizio sono i passi salienti:

Gli open data stanno diventando una realtà importante in tutto il mondo. Le ricadute per le imprese potrebbero essere enormi. In che modo cercherete di coinvolgerle nel cambiamento?
Da un lato c’è la questione della trasparenza e dell’accountability dell’operato della Pubblica amministrazione. Se rendiamo misurabile l’operato dei ministeri – il Miur in particolare – cioè se mettiamo in chiaro a che punto ci troviamo e cosa stiamo facendo, saremo in grado di stimolare il sistema economico più rapidamente, sostenendo la competitività del paese.
Per analogia, facendo un confronto forse inappropriato, ma evocativo, pensiamo a quanto fatto da Apple, che ha aperto i suoi dati e il suo sistema operativo, stimolando l’imprenditorialità. Se la PA cominciasse a rilasciare i suoi dati in forma grezza, come materia prima, moltissimi giovani e tante Pmi potrebbero inventare nuove applicazioni utili per i cittadini. Le multi utility, ad esempio, potrebbero mettere in rete la posizione istantanea degli autobus o i dati sui consumi energetici o i dati relativi alle prenotazioni nelle Asl. 

Finora sugli open data ci sono state delle importanti sperimentazioni. Qual è il passo successivo?
In Italia gli open data hanno avuto una nascita un po’ travagliata. Lo scorso 8 marzo è passato l’articolo 47 del decreto Semplificazioni sull’Agenda digitale, che include un comma sugli open data. Finalmente i dati aperti avranno una strategia nazionale e potranno basarsi su un endorsement legislativo. Il portale nazionale Dati.gov.it verrà potenziato: il tavolo sugli open data, che finora si è riunito due volte, non ha ancora affrontato questo punto, ma è chiaro che si tratta del tema numero uno da sciogliere. Di sicuro, se si sceglierà di partire dal portale già esistente, dovrà esserci un potenziamento radicale.

Le competenze sugli open data si divideranno tra il dipartimento della Funzione pubblica e il Miur. A quest’ultimo, infatti, è passato il pacchetto innovazione.
La Funzione pubblica continuerà ad avere un ruolo importante, nonostante il pacchetto innovazione sia passato al Miur. I ruoli saranno distinti, da un lato la Funzione pubblica dovrà attivare dei processi importanti, assumendo un ruolo di “abilitatore“. Sugli open data dobbiamo iniziare delle sperimentazioni su larga scala, affinché questo tema non sia più solo qualcosa di astratto e da questo punto di vista i grandi ministeri come il Miur giocano, di fatto, il ruolo fondamentale di “realizzatore“.

Sugli open data si procederà per bandi?
L’Agenda digitale è il grande ombrello che crea le condizioni a livello normativo per la realizzazione dell’infrastruttura pubblica. A valle ci sono i bandi emessi dai singoli ministeri, coerentemente con l’agenda, per finanziare la costruzione di competenze industriali su alcuni segmenti specifici.

La tempistica?
Sugli open data entro il 15 giugno dobbiamo varare tutte le norme necessarie per l’implementazione dei progetti. Oltre al decreto Semplificazioni, il ministro Passera ha indicato una sequenza di norme che potrebbero essere concentrate in un solo decreto. A quel punto partirà l’implementazione.

Le dichiarazioni del Ministro vanno intese ed inquadrate in quella che è la Open Data Strategy annunciata dalla Commissione Europea a Dicembre 2011 con la quale si dichiara la disponibilità ad una spinta all’economia Europea sul tema degli Open Data pari a 40 miliardi di Euro all’anno.

Infine riporto quanto citato in un post di GEOforUS in relazione alle stime di opportunità offerte dal mondo legato a cloud computing, in cui si ipotizza entro fine 2015 ben 14 milioni di nuovi posti di lavoro, il 50% nelle Pmi. Anche in questo caso, pur trattandosi di stime, la fonte è autorevole trattandosi dello studio “Cloud Computing & Worldwide Job Creation” sponsorizzato da Microsoft e realizzato da IDC.

Considerando che anche il mondo GIS si è già preparato per essere “cloud-anabled” e che i principali attori di mercato già offrono i loro prodotti pronti per il cloud o iniziano loro stesse ad offrire soluzioni e servizi in cloud e che anche il mondo delle tecnologie gis open source si sta muovendo in questa direzione, il mondo delle tecnologie spaziali dovrebbe essere in grado di beneficiare anche di queste nuove opportunità di lavoro.

Si spera che di tutte queste stime positive ed ottimistiche si abbia poi un riscontro nella realtà lavorativa dei prossimi anni!

  1. 26 marzo 2012 alle 2:10 pm

    Grazie Cesare, articolo molto interessante!

    Sono molto d’accordo con quanto dichiara il ministro, la diffusione di Open Data e soprattutto di Open Geo Data può fornire la materia prima per lo sviluppo di applicazioni di grande importanza.

    Anche la pianificazione e la progettazione di infrastrutture, secondo me, ne trarranno grandissimo vantaggio, in termini di tempi di realizzazione e di precisione, grazie all’uso di dati digitali.

    Ora attendiamo passi avanti in tempi veloci.

    A presto
    Giovanni

  1. 10 settembre 2012 alle 8:14 am
  2. 26 ottobre 2012 alle 12:31 pm

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